PALERMO OH CARA!

di Luigi Burruano (più di quattrocento repliche in due anni di rappresentazioni con il tutto esaurito – replicato con successo di critica e di pubblico nei teatri di Catania,Messina,Roma,Firenze,Torino – stagioni 79/80 e 80/81 – regia dell’autore – trasmesso da RAI 3.

TRAMA

L ‘ anno in cui Palermo s’ inventò il suo teatro, c’ era una strada che portava a Roma. Era il 1979, e il Biondo, che muoveva i primi passi da teatro Stabile sotto la direzione di Pietro Carriglio, produceva “La ballata del sale”, spettacolo irripetibile di Salvo Licata costruito sulla voce di Rosa Balistreri, mentre il Piccolo di via Pasquale Calvi avrebbe dovuto portare “Manu mancusa” di Franco Scaldati al Parnaso di Roma, col quale aveva avviato una politica di scambio. Scaldati aveva già scritto e messo in scena una pietra miliare come “Il pozzo dei pazzi” aprendo la strada a un teatro in lingua, ma la sua collaborazione col Biondo, il teatro “istituzionale”, fu vista come un tradimento dai ragazzacci di via Calvi. Nino Drago, capitano di quella brigata di attori-artigiani, ci mise poco a cassare “Manu mancusa” e a incaricare Burruano, genio e sregolatezza della compagnia, di inventarsi qualcos’ altro da portarea Roma per onorare il contratto. Nacque così, quasi per caso, “Palermo oh cara”, altro spettacolo-simbolo dell’ anima della città e di un’ epoca povera ma bella, e di cui il 2009 che si sta chiudendo celebra il trentennale. Un copione vero e proprio non c’ era, giusto un canovaccio, il testo venne fuori poco per volta, anche grazie agli attori che se lo cucirono addosso sera dopo sera. «Il primo nucleo di “Palermo oh cara” è “Sangue e latte”, un mio spettacolo di qualche anno prima – ricorda Luigi Burruano, autore, regista e protagonista di quell’ avventura – Lì c’ era una voce che diceva al protagonista, Turiddu, “St’ accura chi fai a fine du Rancutanu”. Era una figura, quella del Rancutanu, che mi portavo appresso da quando ero piccolo, un uomo laido, storpio, uno cattivo che non ascolta nessuno. Su questo nome e su questa figura costruii il personaggio della Vecchia che lo maledice, e a poco a poco vennero fuori gli altri personaggi. Anche “u surci” era qualcosa che avevo in testa sin da piccolo: mi ricordavo di uno che andava in giro su una sedia a rotelle rudimentale, uno storpio del dopoguerra». E così Burruano diventò il Rancutanu, lo strozzino del vicolo, spilorcio e senza cuore, Giacomo Civiletti era Gnè Gnè, ladro d’ autobus canterino, Paride Benassai era “u surci”, l’ omino della riffa, Nino Drago interpretava il Cristo delle processioni pasquali, mentre Rory Quattrocchi aveva il doppio ruolo della Vecchia e di Rosuccia, ovvero il primo nudo del teatro palermitano. E poi le musiche in scena di Toti Basso, Roberto Pitruzzella e Marilena Monti. A Roma fu un successo: il critico Ghigo De Chiara paragonò Burruano al primo Carmelo Bene e scrisse che si trattava di «un pezzo di teatro che vale la pena di vedere e di gustare tutto d’ un fiato». «Vennero a vederlo anche degli spagnoli – racconta Burruano – che non capirono una parola ma si lasciarono prendere dall’ atmosfera e alla fine commentarono dicendo “Opera de dios”». A Palermo, dopo qualche stento iniziale, lo spettacolo diventa un cult: trecento repliche al Piccolo teatro, dal martedì alla domenica, due recite mattutine per le scuole e una serale, e tournée a Catania, Milano, Torino, e un totale di tre edizioni. E la battuta «la povertà non è una vergogna ma mancu un priu» diventò un tormentone. Ma soprattutto “Palermo oh cara” completava un percorso iniziato da Scaldatie da Licata che aveva creato una nuova forma di teatro popolare di marca tutta palermitana, ruvido, aspro, sboccato, violento e sognatore. «Quell’ anno venne fuori questo fenomeno della scoperta del palermitano – continua Burruano – C’ era un fermento particolare in quel 1979: Palermo, a differenza di Catania, non aveva ancora una sua tradizione teatrale, e anche nel cinema la Sicilia veniva identificata con Catania. In quegli anni, invece, ci fu il boom del teatro palermitano e della sua lingua, c’ era un’ istanza di comunicare in dialetto». Insomma, con Catania è subito derby. «Io ero addetto al coinvolgimento delle scuole – ricorda Civiletti – e quando andammo a Catania andai a parlare con un vicepreside che era molto perplesso sul teatro dei palermitani. Io gli proposi una scommessa. Se lo spettacolo non gli fosse piaciuto l’ avremmo rimborsato. Alla fine venne in camerino a chiedermi scusa perché era rimasto sbalordito. Fu la mia più grande soddisfazione». A Messina, invece, scoppiò una lite, una delle tante. Leggenda vuole che in quei giorni quando la Quattrocchi, allora moglie di Burruano, inveiva contro il Rancutanu in realtà sfogasse un po’ di rabbia contro il capocomico. Fatto sta, come racconta Benassai, che una sera, al teatro Vittorio Emanuele, metà della compagnia disertò per protesta. Ma lo spettacolo continua, secondo la legge del teatro. «Quella sera praticamente rimanemmo solo io e Gigi e andammo avanti per un’ ora improvvisando – racconta Benassai – Dovetti fare anche la parte della Vecchia e di Gesù». E siccome Benassai non ha esattamente il fisico di un corazziere, quando Burruano se lo ritrovò in scena nei panni di Cristo esclamò: «Signore, stasera mi pare chiù curtuliddu». “Palermo oh cara” rappresenta un’ epoca di teatro d’ artigianato, nel quale gli attori si moltiplicavano in mille ruoli: amministratori, public relation, addetti stampa, e in qualche caso adattavano con le loro mani le cantine in cui recitavano. Il Piccolo teatro, ad esempio, era una rimessa di Palazzo Petyx destinato a diventare una palestra. «La ristrutturazione la facemmo noi della cooperativa – dice Civiletti – In pratica eravamo i “picciotti”, gli aiutanti del muratore. Era un periodo in cui c’ era la voglia di esserci, di riuscire, che era propria della nostra generazione. La pappa pronta, noi, non l’ abbiamo mai trovata». Insomma, era un’ altra epoca e infatti il teatro era sempre pieno tanto che i buontemponi ne approfittavano per chiamare la polizia, dire che c’ era una bomba al Piccoloe vedere l’ effetto che faceva. Una domenica pomeriggio Burruano, che prima dello spettacolo soleva fermarsi alla bottiglieria Lombardo per darsi la carica con un bicchiere di vino, recitò l’ agonia del Rancutanu in modo particolarmente ispirato. «Datemi venti lire di vino, datemi venti lire di vino», gridava sul proscenio. Uno spettatore si commosse e non riuscì a resistere a quella richiesta d’ aiuto: «Burruano, è domenica, Lombardo è chiuso» (v.articolo La Repubblica – Mario Di Caro)


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